Ciao Gianni, che piacere averti qui su Hotpot Italia. Sono davvero felice. È un piacere. Oggi faremo una bella chiacchierata. Ti farò un po' di domande sia legate al tuo percorso personale e professionale, sia anche, diciamo, legata alla tua quotidianità, aspetti che a volte magari non emergono dalle tantissime interviste che fai. Sei pronto?
Ottimo, allora innanzitutto incominciamo rompendo il ghiaccio e parliamo in realtà di cibo. Mh, qual è il tuo comfort food, cioè quella cosa che ti mette proprio a tuo agio, un premio di cibo che dici: 'Eh, oggi proprio me lo merito, mi vizio con tortellina e la panna'?
Ah, vedi, tortellina e la panna, buonissimo. Non in brodo, perché io grande fan di tortellini in brodo? No, no, il brodo sono tristi, mi fanno tristezza. Veramente alla panna. Ok, ok, sapresti cucinarli? Sì, sì, li ho cucinati anche l'altro ieri. Adoro, adoro, adoro.
Invece, tornando indietro al passato, e parliamo del Gianni bambino. Mh, secondo te, se tu avessi l'occasione di tornare indietro e rivedere il Gianni bambino, non so, facciamo 15 anni, Mh, sarebbe fiero di te? Cosa ti direbbe? Che tipo di percorso voleva fare lui?
Ma io sono stato talmente fortunato che mai a 15 anni avrei pensato di aver creato, che avrei creato quello che ho creato nel tempo. Per cui avevo il mio motorino, ero felice. Anzi, mi ricordo che a 14 anni, il giorno stesso in cui li ho compiuti, sono andato con tutti i soldi, anche con le monete, alla Motomorini di Roma a comprarmi il mio motorino. Per cui la mia felicità in quel momento era quella cosa lì. Onestamente non pensavo al futuro, onestamente pensavo a divertirmi, pensavo a fare quello che fa un ragazzo di 14 o 15 anni. Ma certamente mai avrei pensato di essere qui oggi, o di aver fatto le interviste che ho fatto, di aver creato questo meraviglioso gruppo che comunque, in qualche modo, con la grande fortuna che ho avuto, si è creato. Eh sì, eh sì.
Perché poi andiamo anche a raccontare Tip, le aziende su cui avete investito, i bellissimi progetti che fate. Hai detto: sei di Roma. Però mi piacerebbe che adesso... sei di Roma, vivi a Milano, vai sempre in giro per il mondo, perché anche prima ci raccontavi che viaggi tantissimo per lavoro. Però mi piacerebbe chiederti: se potessi mollare tutto, ok, mollo tutto e vado a fare qualcos'altro, in questo scenario, che cosa andresti a fare, ma soprattutto anche dove lo andresti a fare? Quindi mollo tutto, vado a fare quello, boh, e dove lo vado a fare?
Ma io lo sto già facendo, nel senso che io per caso, qualche anno fa, noi abbiamo una bella casa in Sardegna. E per caso ho visto vicino a questa casa un rudere di una casa a metà, che nessuno costruiva, nessuno finiva. E tornando a casa tutte le volte vedevo 'sta ferraglia lì. Ho detto: 'Ma mi piacerebbe comprarla, ristrutturarla, anzi buttarla giù e rifarla', eccetera eccetera. Sono riuscito a comprarla, ho buttato giù una gran parte, l'ho ricostruita. E tra l'altro la fortuna è stata che durante il covid avevo la scusa per andare in Sardegna a Liscia di Vacca, il posto dove ho questa casa, e per cui facevo un po' il capomastro, che con il permessino dell'impresa andava lì e si distraeva. Ci ho provato talmente tanto gusto che ormai ne ho comprate altre, ne ho ristrutturate altre, ne ho costruite da zero altre. Per cui il mio gioco di questo periodo è: se io dovessi sognare una vita senza tipo, una vita del gioco, sarebbe proprio continuare quella strada lì, sempre in Sardegna. O vorresti sempre in Sardegna? Sempre in quei posti lì, perché poi uno si affeziona ai posti, poi c'ha le sue imprese, i suoi fornitori, le persone che ti aiutano. Per cui sì, sì, continuerei lì, e invece di fare 90% lavoro e famiglia a Milano e in giro e 10% Sardegna a fare l'affittacamere, farei un po' di più. Adoro, adoro. E cosa ti piace della Sardegna? Ma a me piace costruire. Mio nonno voleva che facessi l'ingegnere. Ok, io non l'ho mai fatto, anche se in tanti progetti, tante aziende abbiamo insieme costruito progetti molto belli, molto interessanti. E l'idea, per esempio oggi ho guardato lo stato di un cantiere che ho lì in zona e stanno finendo gli scavi. Io non vedo l'ora che mi dicano: 'Sono finiti gli scavi, vieni a vedere', perché così vedo questo buco da cui nascerà questa nuova casa che ho disegnato praticamente da solo, copiando da Pinterest un progetto che avevo visto tanto tempo fa. Ecco, questi sono i miei giochi, le mie gioie, le mie cose che, al di là di una bellissima famiglia, di un bellissimo lavoro, riempiono la mia vita e fanno di me una persona veramente soddisfatta.
Figata. Ma quindi guardi su Pinterest i vari progetti? Sì, sì, sì, interni, esterni, piscine, giardini, tutto, crei la tua moodboard e ci giochi sopra. Fantastico, fantastico. Però adesso torniamo a noi, a domande leggermente più, appunto, finance oriented. No, in realtà legato sempre al tuo percorso, perché ovviamente tu sei founder, presidente, CEO di TIP, Tamburi Investment Partners, eh, gruppo industriale italiano con diverse realtà, aziende, eh, su cui appunto avete investito. Tra l'altro molto interessante che il vostro approccio di investitore che comunque va controcorrente alla classica finanza e private equity. Ehm, ma ritornando un pochino alla domanda: di quando eri giovane, però, visto che abbiamo visto quando eri bambino, 15 anni, adesso facciamo primo anno di università. Che lavoro volevi fare quando sei uscito, quando hai iniziato il tuo percorso universitario?
Ma innanzitutto io ho cominciato a lavorare molto prima di fare università. Io a 11 o 12 anni già andavo da un tabaccaio in un posto dove facevamo le vacanze d'estate e vendevo le sigarette, stavo al bancone a vendere le sigarette. Poi durante la scuola, gli ultimi anni, nelle vacanze di Natale vendevo gli scarponi da sci. Avevo messo su una piccola agenzia di pubblicità con quattro amici. Cioè ho sempre avuto tutta una serie di voglie di fare, a me piace molto il fare. Primo anno di università, oltre a questi due lavoretti che avevo, ho frequentato abbastanza. Poi ho capito che onestamente non serviva più di tanto frequentare, e ho cominciato a lavorare sul serio. Per cui io dalla fine del primo anno di università ho cominciato a lavorare, lavorare in una società di consulenza. E ho capito in quel momento, ho cominciato a capire che in fondo l'Italia ha tre paletti su cui giocare: un risparmio enorme, delle società sottocapitalizzate e dei mercati finanziari non degni dell'Italia di oggi. E ho cominciato a sognare un qualche cosa che mettesse insieme queste cose qui. E per cui durante l'università, con la tesi, con il lavoro poi che ho avuto la fortuna di fare successivamente, ho cominciato a elaborare sul tema di cosa si potesse fare per riempire questi tre gap.
Ok. E se guardassi al tuo passato, se guardi il tuo passato, qual è una cosa che hai imparato dai lavoretti che hai fatto, con i tuoi amici, come agenzie pubblicitarie, piuttosto che appunto a vendere le sigarette dal tabaccaio? Cioè, quali sono delle cose che ti sei portato a casa da quelle esperienze?
Essere semplice, fare parlare poco, ascoltare molto ed essere diretto al punto. Credo che, gli ultimi anni molto di più, ma anche tanti anni fa quando studiavo, si chiacchierava tanto, tutti che si parlano addosso, tutti che ti raccontano come si deve fare. Io sento lezioncine tutti i giorni. Io cerco di non fare mai lezioncine, ma di essere molto produttivo, molto concreto. E una delle prime cose che ho imparato per quanto riguarda il mio lavoro, utilissime: pigli il bilancio di una società, tre voci, non un'analisi dettagliata con le percentuali, con gli scostamenti, non serve a niente tutta quella roba lì. Tutto quello che all'università si insegna di spaccare un bilancio in 48, a me non è servito a nulla. Essere semplici. Ok, quali sono queste tre voci? Così: ah, beh, l'attivo è crediti, magazzino e altro; il passivo è capitale, debiti, altro; e il conto economico: ricavi, margini, utile. Perfetto, ok, chiarissimo.
E invece, eh, parliamo perché poi prima... stiamo facendo una chiacchierata parlando di tanti argomenti. Ehm, mi piaceva chiederti: tutti parlano dei segreti per il successo, cosa bisogna fare per raggiungere il successo, per non fare errori. Ma io rigiro la domanda: quali sono gli errori che bisogna fare secondo te?
Non lo so. Allora, tutti dicono che chi ha la fortuna di fare una startup che poi non va bene, ti dà una lezione talmente forte che poi ti dà una carica pazzesca per il tuo futuro. Ecco, forse la risposta di prima: non essere complicati, essere semplici, non perdersi in chiacchiere, non perdersi in mille elaborazioni del problema. Faccio un esempio: noi siamo 15 persone compresi tutti in ufficio, e abbiamo 30 partecipazioni. Il valore vero del gruppo è di circa 3 miliardi, poi in borsa ci valutano purtroppo molto meno perché in questo momento non vanno di moda società tipo la nostra. Però siamo riusciti, abbastanza incredibilmente, a creare una cosa relativamente grossa per il sistema Italia in poche persone, con poche intuizioni, andando al sodo sempre. Io credo che questo sia veramente il segreto: avere delle idee giuste o sbagliate che siano, e provare a perseguirle fino in fondo.
Ok ok. Invece, eh, diciamo che poi voi investite in tantissime aziende, ci sono sicuramente delle aziende che sono le tue preferite. Raccontami un po'. Più che altro, o delle tue aziende preferite o dei progetti particolarmente interessanti che avete fatto. Prima parlavamo di OVS, Interpump, Moncler, un progetto. E vorrei che però ci associasse anche un episodio particolare, divertente, che l'ha reso speciale, che l'ha reso... Wow.
Ma allora nella vita si va a periodi. Poi chi ha più di 70 anni come me, è chiaro che ne ha vissute tante di cose. Per cui io credo che sia giusto a questa domanda rispondere con quello che è adesso il mio progetto Wow, o perlomeno quello nel quale sto mettendo più testa ancora che gli altri, più tempo ancora che gli altri, più passione ancora che gli altri. Io tendo a mettere passione un pochino dappertutto, e credo che si capisca anche da come parlo, da come mi esprimo, eccetera. Però è il progetto dexc Clans, per dire. È uno dei pochi casi della mia vita, forse l'unico di un certo livello, a cui ho deciso di cambiare il nome. Questa società si chiamava fino a un anno fa Italian Design Brands, che secondo me non voleva dire nulla. Era un progetto nato in un'ottica più finanziaria, aggregativa, che non in ottica strategica di lunghissimo termine, che doveva esprimere e deve esprimere eleganza, lusso, design, arredamento di alta qualità. Abbiamo studiato con degli esperti per lungo tempo come cambiare il nome, come dare un connotato fin dall'inizio della società che abbiamo quotato in borsa sì un po' più di un anno fa, che trovasse il modo di spiegare subito che cosa c'era dentro. E abbiamo cambiato il nome. Per cui secondo me l'episodio è coraggiosissimo, perché cambiare il nome a una società quotata in borsa è un bel pasticciotto, perché a parte gli aspetti tecnici che non ti sto a raccontare, cambiare la filosofia delle persone, eccetera, è veramente una cosa complicata. Ecco, in questo progetto oggi sto mettendo tanto tempo, tanta passione, tanta voglia. Chiaramente tutto mi deriva da una passione per le case, per le costruzioni, per l'arredamento, per le luci, per fare delle cose molto belle in assoluto. Citavo OVS: io credo di aver dato un contributo non piccolo al cambiamento che OVS ha dato negli ultimi anni, essendo diventata una realtà multibrand, avendo fatto dei negozi molto più belli di prima, avendo creato un modello che non è più quello che un pochino OVS era nata per essere, cioè il prezzo: 'Tu vieni qui e trovi il prezzo giusto, magari nelle mutande, magari nel pigiama', eccetera eccetera. Io ho pensato con l'amministratore delegato, persona bravissima, persona che veramente ha dato l'anima e continua a dare l'anima a questa azienda, che doveva diventare un mondo di total look maschile, femminile, ragazzi, eccetera, tale per cui si potesse fare un qualche cosa di veramente diverso, veramente unico. Abbiamo 1500 negozi, un capitale mostruoso da sfruttare molto meglio, e non per il prezzo: perché dove sei? Se ti do le cose giuste, se entri nel negozio nel quale ti fa piacere entrare, sei contento e compri. Chiarissimo, chiarissimo.
E adesso passiamo un po' più all'aspetto personale e alla tua famiglia. Ehm, e mi piacerebbe chiederti qual è, diciamo, l'insegnamento più importante che tu hai voluto, diciamo, condividere con la tua famiglia, i tuoi figli, le tue figlie, ehm, e anche in realtà l'insegnamento che loro ti hanno dato durante questo percorso che è la vita.
Beh, mi danno tanto i figli. Perché comunque i figli sono un confronto. I figli sono uno dei confronti più spietati che uno possa avere, perché sul lavoro, specie chi è stato fortunato, è stato fortunato, io, tutta gente che ti dice bravo, tutta gente che ti dice sei il migliore, cioè sviolinate a ogni angolo di strada, tutti i giorni, anche troppo. I figli no. I figli ti dicono: 'Guarda papà, che hai fatto questo', 'Guarda che potresti fare quell'altro', 'Guarda che dici troppo questa parola', 'Guarda che dici poco quest'altra', 'Guarda che onestamente sei anche poco con noi'. Per cui cerco di dare, ma probabilmente un genitore più normale, più carino, farebbe di più con loro, starebbe di più con loro. Ecco, per cui certamente mi hanno insegnato tanto, mi hanno insegnato a essere un po' più autocritico, a essere un po' più attento alle cose da fare e da non fare. E forse andrebbe chiesto a loro cosa io potevo fare di più, o cosa ho fatto o non ho fatto. Ok.
Ma non senti di aver magari proprio portato un insegnamento? Cioè, tra le varie cose, qual è magari un consiglio, un suggerimento che ti è capitato di dare e che è, diciamo, rilevante, che è stato, si è dimostrato rilevante anche per loro?
Siate semplici, siate diretti, andate al punto. Cioè, le cose che ho appena detto, secondo me vanno dette soprattutto in famiglia, perché le persone che ti stanno più vicino, non è... anzi, devono ascoltare le cose su cui tu sei particolarmente convinto. Per cui io credo che i consigli che ho cercato di dare a loro è di perdersi poco in chiacchiere, di perdere poco tempo su troppi social, e andare a fare le cose. Ecco, io credo di essere una persona che ha fatto vedere che fare è importante, più che parlare, più che fare altre cose. Poi qualcuno mi dice: 'Come fai ad aver scritto tutti i libri che hai scritto, o le centinaia di interviste, o le centinaia di articoli, moltissimi dei quali senza nome, perché non è che io potessi fare poi sempre tutto alla luce del sole?'. E qualche centinaio di articoli di stampa li ho scritti ma non c'ero io il nome. Per cui queste cose qui le ho fatte perché a me diverte: dare, comunicare, aprirmi. Non faccio parte di quella finanza milanese, londinese, newyorkese che è chiusa nei suoi palazzi, che fa della riservatezza il massimo della vita. Io credo che invece il vero confronto con persone giovani, meno giovani, eccetera, sia la cosa che ti arricchisce di più. Per cui io sono qui, felice di essere qui, domani son felice su di fare altre cose. Scrivo libri che pubblico, che regalo a tutti quanti con grande serenità. Ma non per presunzione, perché son convinto di essere più bravo degli altri, perché mi pare che sia giusto che chi è stato così fortunato debba dare dei contributi sotto tutte le forme: dalla chiacchierata al colloquio, all'intervista, alla chiacchierona, al libro, la testimonianza, l'aiuto per la tesi, eccetera.
Adesso mi piacerebbe toccare il tema Roma.